In “Tutta la luce che non vediamo”, del Premio Pulitzer Antony Doerr, la storia del romanzo è costruita attraverso una sequenza di capitoli brevi, essenziali, che spesso sembrano poter vivere ciascuno di vita propria.
Come una lunga collana di perle, ogni segmento ha un proprio bagliore narrativo, ma il disegno complessivo prende forma solo nella loro connessione.
Questi capitoli non sono semplici interruzioni del flusso, ma unità di senso, che sospendono, rilanciano, tornano indietro e avanzano nel tempo. Lo stile di Doerr si affida alla precisione dell’immagine e al ritmo, all’alternarsi del racconto, più che alla continuità tradizionale del romanzo.
Una narrazione per momenti
Il risultato è una narrazione che procede per momenti in cui l’infanzia, la perdita di libertà e la guerra emergono a mano a mano che si procede con la lettura.
Al centro della storia ci sono due protagonisti giovanissimi: Marie Laure, ragazzina francese cieca, e Werner, orfano tedesco dotato di un precoce e notevole talento per la tecnologia. Attraverso i due ragazzi Doerr affronta temi di estrema delicatezza, accanto ad altri di atroce crudeltà, legati all’esperienza bellica: dagli stupri di guerra alle uccisioni indiscriminate fino al bullismo che sfocia in vera e propria delinquenza sadica.
L’autore lo fa con grande abilità di scrittura, in modo intensamente realistico mai sdolcinato né brutale: la violenza non è esibita, il dolore non è spettacolarizzato, e proprio questa misura stilistica rende il racconto ancor più incisivo.
La frammentarietà
La frammentarietà non è dispersione, al contrario tiene insieme le vite dei personaggi come fili invisibili che si intrecciano ben prima di incontrarsi.
Ogni capitolo aggiunge un dettaglio, una traccia sensoriale, un avvenimento che contribuisce a una tensione narrativa costante, quasi musicale.
Nonostante l’ampiezza del romanzo, di oltre cinquecento pagine, la lettura risulta fluida, sostenuta da un ritmo che invita a proseguire con interesse e curiosità.
In questo mosaico di scene intense si innesta, una leggendaria credenza irrazionale e favolistica che tratta di un oggetto prezioso proveniente dalla notte dei tempi, al quale si attribuiscono poteri sovrannaturali, ambito fino alle conseguenze più estreme: un deus ex machina che forse potrebbe modificare tutta la storia… forse!
Una trasposizione che non esiste
Non stupisce quindi che da questo libro sia stata tratta una mini serie televisiva, una trasposizione che inevitabilmente ha sfoltito e semplificato il racconto. Come accade spesso, chi ha letto il romanzo ritroverà atmosfere e personaggi, ma noterà anche mancanze e differenze significative, segno della non pienamente riproducibile ricchezza e complessità della pagina scritta.
Giulio Dogliotti