23 dicembre 1815: Giulio Dogliotti racconta un Natale Sabaudo

Un episodio notturno nella Torino di Casa Savoia

23 dicembre 1815: Giulio Dogliotti racconta un Natale Sabaudo

Un bellissimo regalo di Giulio Dogliotti ai lettori di Primavercelli, un racconto natalizio raffinato ed evocativo. Anche l’illustrazione è una sua idea, che ha poi fatto realizzare ad una I.A.

Una fredda notte

Era fredda quella notte di sabato 23 dicembre 1815, e i due carabinieri marciavano per le vie del centro di Torino, cadenzando il passo. Pareva che picchiando le suole a terra il gelo si facesse sentire di meno. Emettevano dalla bocca nuvolette di fiato che sparivano velocemente disperdendosi dietro le loro spalle. In cielo splendeva una grande luna piena, tanto che l’illuminazione delle lanterne, se pur notevole per quei tempi, non poteva competere con la sfolgorante luce lunare. I due giovani erano maestosi, con la loro alta statura resa ancor più evidente dal cappello a due punte, le cappotte turchine con i bottoni luccicanti, gli stivali lustri con gli speroni come quelli degli ufficiali, però anneriti. Camminavano all’unisono, di buon passo, ma non troppo veloci, per poter controllare con lo sguardo anche le strade laterali più piccole, dove potevano nascondersi eventuali malviventi.
-“Ma senti che freddo, Domenico?”
-“Certo che sento, Giuseppe, sono mica sordo!”
-“Boia faus, è tutto il mese che non piove e non nevica, ma forse sarebbe stato meglio avere un po’ di neve…”
-“Ma che dici, immaginati marciare nella neve fino ai ginocchi, come è accaduto a dicembre di qualche anno fa, ce l’ha raccontato il furiere ricordi?”
-“Per me quel torinese esagera un po’, comunque hai ragione…meglio battere i denti all’asciutto!”
-“Domani vai in licenza per Natale?”
-“Smettila di prendermi in giro, sennò ti do un cazzotto sul naso…”
-“Carabiniere Sella…per una cosa del genere potreste essere espulso dal Corpo dei Carabinieri Reali, sapete?”
– “Carabiniere Noero, qui non c’è anima viva e la vostra parola vale la mia; inciampereste in un tombino semi aperto e rovinereste al suolo fracassandovi la canapia… fareste tutto da solo!”
-“Giuseppe, guarda un po’, laggiù a destra, in fondo al vicolo!”

L’aggressione

A un centinaio di metri due uomini stanno minacciando un poveretto, che, spalle al muro, cerca di rintuzzare gli attacchi del più grosso.
-“Fuori i soldi, vecchio, o ti tagliamo la gola” L’uomo più piccolo fa balenare in alto la lama di un coltello mentre quello che ha parlato prende per le spalle il malcapitato e lo scuote facendogli sbattere un paio di volte la testa contro il muro.
-“Altolà, fermi: Carabinieri del Re!” La voce di Domenico Noero è talmente stentorea e roboante che i due malviventi se la danno a gambe e, prima che i Carabinieri, pur correndo spediti, raggiungano l’uomo aggredito, si dileguano separandosi. Giuseppe si lancia all’inseguimento del delinquente più grosso, Domenico presta soccorso al vecchio, che nel frattempo è scivolato a terra; indossa un mantello scuro col cappuccio. Mentre il carabiniere l’aiuta a sedersi contro il muro il cappuccio gli scivola giù.
-“Come vi sentite, ce la fate a reggervi in piedi?”

L’uomo con la parrucca

L’ uomo non è poi tanto vecchio, è sulla cinquantina, alto, magro, dai lineamenti fini, è la parrucca grigia “ancien regime” che lo fa sembrare di età più avanzata.
-“Sto bene, grazie, un po’ strapazzato ma niente di grave.” Si alza in piedi sorretto da Domenico.
Nel frattempo il Sella è ritornato e allarga le braccia.
-“Purtroppo hanno fatto perdere le loro tracce, quei bastardi!”
“Ma li prenderemo, i lupi non perdono il vizio, e alla prossima che combinano li assicureremo alla giustizia, statene certo”.
-“Se non fosse per voi credo che sarei finito molto male, non ho denaro con me e quelli, scoprendo che non avevano nulla da rubare, mi avrebbero veramente tagliato la gola!”
-“E, grazie al cielo, la parrucca vi ha protetto la testa dai colpi contro il muro!”
-“Vero, e poi i Francesi dicono che non serve a nulla…”
– “Domenico, dovremo denunciare l’accaduto, voi ve la sentite di seguirci in caserma?”
– “No, vi prego, sono un po’ frastornato, tra l’altro devo recarmi qui vicino, potete scortarmi, sono proprio pochi minuti.”

Domenico dà un’occhiata d’intesa a Giuseppe
-“Ma sicuro, in fondo il peggio è stato evitato, e questo è ciò che conta.” I tre si incamminano, e pochi passi dopo aver svoltato l’angolo…
-“Ecco…avete visto? Siamo arrivati, questa è la porta.” Domenico si avvicina all’uomo e, con gentilezza domanda:
-“Possiamo conoscere il vostro nome, per il rapporto sapete…”
-“Ho seri motivi per chiedervi di pazientare fino a domani mattina…non sarete in servizio vero?”
-“No,” risponde Giuseppe, “dopo la ronda notturna abbiamo la mattinata libera”
-“Bene, allora trovatevi alle dieci sulla destra della piazza di fronte al Palazzo Reale, ma fino ad allora non fate cenno con nessuno di quanto accaduto. Grazie Domenico.” Poi rivolgendosi al Sella: -“E voi come vi chiamate?”
-“ Giuseppe!” -“ Dunque, grazie anche a voi, Giuseppe.”

L’uomo si avvicina alla porta, bussa con vigore sette colpi. Subito la porta si apre appena quel tanto che basta a permettergli d’ introdursi all’interno; prima di entrarvi sussurra ancora:
-“Ricordate, domattina alle dieci, Carabinieri del Re!” Quindi scompare.
-“Forse avremmo dovuto insistere per il nome.”
-“Domattina vedremo, Giuseppe, e poi al limite sappiamo dove abita no?…”

La sorpresa

Il giorno seguente alle nove e mezzo, i Carabinieri Sella e Noero si trovavano già nella piazza di fronte a Palazzo Reale. Era la domenica della vigilia e, malgrado il freddo, c’erano parecchie persone che passeggiavano e si scambiavano gli auguri. Entrambi i giovani non erano convinti di aver fatto la cosa giusta la sera precedente: avevano dato il proprio nome a quell’uomo e loro manco sapevano chi fosse: un comportamento non proprio consono… da pivelli. Comunque era andata così e non si doveva recriminare, se mai porre rimedio. Ad ogni modo bisognava aspettare le dieci per potersi regolare. E giunsero le dieci, le dieci e dieci, e le dieci e un quarto. I due stavano quasi per andarsene scornati, quando una carrozza si fermò vicino a loro. Ne scese un gentiluomo molto elegante e imparruccato, che avvicinatosi chiese:
-“Domenico e Giuseppe?”
-“ Sì” rispose Domenico “Siamo noi.”
-“Questi sono per voi.” E porse a ciascuno di loro un sacchettino di velluto rosso, al quale era legata una piccola pergamena. Domenico svolse la pergamena, subito seguito da Giuseppe. Sui foglietti v’era scritto in bella calligrafia: “Grazie, Carabinieri del Re, per averci salvati. Buon Natale!”

Mentre il messaggero stava per risalire in carrozza, Domenico gli si rivolse dicendo:
-“Scusate, ma il nome del gentiluomo di ieri sera?”
“ Lo troverete nelle borsine rosse, ma tenetelo segreto… almeno per cent’anni!” Fece il saluto militare, sorridendo salì in carrozza e partì velocemente.
Domenico e Giuseppe si guardarono con aria interrogativa e, aperti i sacchetti di velluto rosso, con grande stupore trovarono in ognuno sette “pistole”, così si chiamavano le monete d’oro coniate quell’anno, con l’effigie di Vittorio Emanuele I.
-“Ma il nome? “Disse Giuseppe.
– “Credo sia quello scritto sulle monete…riconosci il profilo?”
-“Il gentiluomo di ieri sera! Era… era…”
-“Era il Re: ma per cent’anni dovremo mantenere il segreto!”

Giulio Dogliotti