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Il caso

A “Le Iene” l’assurda vicenda processuale di Marco Quaglia

Nella puntata di venerdì 12 marzo si è parlato della vicenda finita con un'archiviazione.

A “Le Iene” l’assurda vicenda processuale di Marco Quaglia
Altro 13 Marzo 2021 ore 12:24

Nella foto Quaglia nel servizio de “Le Iene”.

Il vercellese Marco Quaglia è stato ospite da “Le Iene” ieri sera, venerdì 12 marzo 2021, per raccontare la sua disavventura giudiziaria che l’ha visto per anni sotto accusa per pedofilia.

Quaglia aveva concesso un’intervista a Notizia Oggi Vercelli, ospitata nell’edizione di lunedì 8 marzo, la riproponiamo perché spiega dettagliatamente tutta la vicenda.

Nove anni sotto accusa

Per oltre nove anni è stato costretto a convivere con accuse gravissime e infamanti e con i tempi lunghi della giustizia. Adesso che la questione si può definire chiusa, il vercellese Marco Quaglia vuole solo urlare ai quattro venti la sua innocenza in questa vicenda dai contorni bui che lo ha segnato profondamente.

La vicenda che lo ha coinvolto, oltre a essere stata oggetto di attenzione da parte dei giornali di Piemonte Sardegna, è stata ricostruita nei minimi dettagli anche dalla trasmissione televisiva” Le Iene”.

Il vercellese, imprenditore nel settore edile, da più di trent’anni trasferitosi in Sardegna, aveva realizzato una florida azienda che gli permetteva di lavorare molto e di condurre una vita agiata: a lui, la Sardegna è rimasta nel cuore.

L’inizio del calvario

Purtroppo, è proprio qui che inizia il suo calvario durato più di nove anni e che lo ha portato a un passo dalla disperazione. La sua forza interiore e la sua voglia di giustizia gli hanno dato la tenacia di continuare a combattere per provare la innocenza. La storia lo vede coinvolto nasce dall’amicizia con Matteo Sereni, portiere di serie A in squadre come Sampdoria, Lazio e Torino; tra Sereni e Quaglia, in Sardegna, era nato un rapporto di profonda amicizia.

Nel 2009, durante la tempestosa separazione tra Sereni e la moglie Silvia Cantoro, la donna denunciò il marito per abusi sui figli minori. E, nel 2011, dopo che Quaglia aveva depositato una testimonianza favorevole alla posizione di Sereni, la Cantoro coinvolge anche il vercellese in questa vicenda, accusandolo di essere coinvolto in abusi su minori e nella produzione e commercializzazione di materiale pedopornografico: da quel momento inizia il suo calvario.

Due procedimenti giudiziari

Dal punto di vista penale, la vicenda si svolge con due procedimenti: uno presso la Procura di Tempio e che dura dal febbraio 2012 al luglio del 2013 e in cui la Pm Roberta Giudo chiude le indagini rinviando a giudizio Sereni e stralciando la posizione di Quaglia.

La notizia appresa da un giornale

«Nell’agosto del 2013 – racconta il vercellese – apprendo, in modo scorretto, dal giornale Nuova Sardegna di essere indagato presso la DDA di Cagliari con lo stesso Sereni per produzione e vendita di video pedopornografici e da lì inizia un percorso giuridico che dura 7 anni e mezzo in cui vengono emanate due richieste di archiviazione. Il tutto si conclude con la sentenza di giovedì 4 marzo 2021 quando la mia posizione viene archiviata».

Un iter processuale lunghissimo

Le opposizioni della controparte, i cavilli burocratici e non ultimo l’emergenza sanitaria hanno fatto slittare le udienze procrastinando l’iter processuale su queste vicende per nove anni. La vicenda aveva avuto una grossa risonanza sull’isola: essendo un personaggio conosciuto, Quaglia si è trovato a dover subire un processo mediatico e di strada che lo ha bollato come pedofilo, una delle peggiori onte che si possano attribuire a un individuo e difficilissima da scrollarsi da addosso. La brutta vicenda dalla quale non riusciva a uscire, lo aveva portato nel novembre dello scorso anno a tentare un gesto estremo che fortunatamente non si è concretizzato.

La perquisizione del 2012

Quaglia racconta l’inizio della vicenda e di come è stato coinvolto: «In seguito a questa testimonianza a favore del Sereni, hanno disposto nel febbraio del 2012 una perquisizione dei Carabinieri nella mia abitazione. In quella visita hanno rinvenuto un album fotografico di famiglia, fatto 31 anni prima, che mi ritraeva in compagnia di mia nipote. Solo il fatto che nella foto mia nipote fosse in braccio a me – all’epoca aveva quattro anni – è bastato a far nascere una serie di ipotesi che mi hanno trascinato negli inferi per oltre nove anni. Le uniche prove, se così si possono definire, si basavano su una serie di immagini artistiche scattate da una notissima fotografa vercellese. In nove anni di odissea sono stato sentito negli interrogatori per sole 12 misere ore e, in seguito alla mia richiesta, il giudice nell’udienza del 5 febbraio 2021 ha finalmente acconsentito che esponessi la mia storia; adesso finalmente sono riuscito a far emergere la verità».

“Devo pensare a riprendere la mia vita”

Ora c’è da pensare a riprendere in mano la vita: «Prima di tutto cercherò di riprendere la normalità di una vita che mi spetta, anche se questi nove anni non posso recuperarli. Voglio che sia fatta una giustizia vera su tutta questa storia perché è una vicenda che può capitare a qualsiasi persona e il sistema giuridico italiano dovrebbe subire dei cambiamenti per gestire diversamente queste vicende».

“Sarò sempre grato alla mia gente”

Sulla tua Vercelli e la Sardegna che tanto ami, cosa vuoi raccontare? «Sarò sempre grato alla mia gente perché mi ha dimostrato sempre grande vicinanza e trasmesso molto affetto in questa terribile vicenda. Voglio ringraziare tre avvocati che hanno dimostrato una professionalità non indifferente, ma soprattutto una grande umanità: gli avvocati Massimo Mussato e Aldo Casalini di Vercelli e l’avvocato Matteo Pinna di Cagliari. Per quanto riguarda la mia isola posso dire che è il mio cuore, ho il mal di Sardegna; i sardi mi hanno sempre amato e io ricambio questo sentimento. La mia intenzione è quella di riprendermi tutti i piaceri che l’isola mi ha sempre trasmesso».

Luca Degrandi

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