Vercelli macabra: le esecuzioni capitali

Il supplizio di Doclino e Margherita e una veloce lettura del "libro dei giustiziati" conservato nell'archivio della chiesa della confraternita di San Bernardino

Vercelli macabra: le esecuzioni capitali
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Il supplizio di Doclino e Margherita e una veloce lettura del "libro dei giustiziati" conservato nell'archivio della chiesa della confraternita di San Bernardino

La storia delle esecuzioni capitali a Vercelli ebbe il suo apice, diciamo così, con il rogo di fra Dolcino e Margherita. I due noti eretici, fondatori del movimento degli “Apostolici” (che per certi versi anticiparono il comunismo o, se preferite, l'utopia comunitaria hippie) vennero catturati nella battaglia decisiva contro le forze del Vescovo di Vercelli il 23 marzo 1307 a Mosso – Monte Zebello (“Rubello”), dove gli eretici erano asserragliati. Portati a Vercelli, dopo le torture di rito, i due amanti vennero bruciati sul rogo il primo giugno 1307. Ecco alcuni passaggi di una ricostruzione storica di parte dolciniana. «Dolcino e Margherita posti sopra un carro, coi carnefici al fianco, fra una turba sterminata di spettatori, preceduti dai vescovi e dal capitolo, dagli Inquisitori e dagli alti membri del Sant'Uffizio, dal capitano del popolo alla testa di tutti gli uomini d'arme, furono condotti al luogo del supplizio. I due sciagurati durante il tragitto dovettero sopportare le più atroci torture, sentire di nuovo le carni lacerate sotto i morsi delle tenaglie roventi, ma non si lasciarono sfuggire un lamento, non ebbero un attimo di debolezza. Cupi, insensibili alla tortura ed agli insulti della plebaglia, essi non mostrarono che una sola volontà: quella di reggere sino alla fine. Il triste corteo si arrestò fuori della città, sulla riva del fiume Cervo. Quivi erano preparati due roghi. Sul primo fu condotta e legata Margherita, e sotto gli occhi di Dolcino arsa e bruciata "affinchè più angoscioso fosse il tormento dell'uomo che a tanta miseria aveva condotta quella disgraziata creatura". Poi fu la sua volta.

Ma la nostra storia è legata a tempi più recenti e la si trova riportata in un testo dello storico Virginio Bussi, il quale, alcuni decenni fa scrisse un libro sulle «Le compagnie della Misericordia in Vercelli ed il libro dei giustiziati».

Da questo libro si apprende che le esecuzioni capitali a Vercelli, naturalmente sono escluse le fucilazioni del periodo della seconda guerra mondiale, avvennero fino all'anno 1861. In passato vi erano due procedure distinte, i nobili venivano decapitati in piazza Cavour vicino all’attuale vicolo Pellipari, i poveracci impiccati in periferia, verso il Sesia, in quella che non a caso si chiamava «Via della forca», la cui ubicazione è grosso modo in fondo all’attuale via Vinzaglio. Streghe ed eretici erano di pertinenza dell'inquisizione e di solito venivano bruciati sul rogo. Lo studio di Bussi si concentra però sui casi riportati nel “libro dei giustiziati”. La prima esecuzione registrata risale al 30 agosto 1741. «Appiccato e ridotto in quarti» tale Giuseppe dell'Acqua di Giuseppe, venuto da Abbiate Grasso (Stato di Milano). Il disgraziato non aveva nemmeno fatto chissà quale delitto avendo «grassato» il 14 maggio Maria Marco per un bottino di «granate, dorini et una croce d'argento». Di lui e di tutti gli altri è rimasta una labile traccia grazie alle “Misericordie”, le confraternite che si occupavano di confortare i condannati, prima quella di San Nicola e poi quella di San Bernardino, presso il cui archivio il “libro” è conservato, insieme ad alcuni “accessori” come il lanternone che precedeva i macabri cortei o il recipiente dove venivano conservati i cappi, nella storica chiesa di via Duomo. Riguardo a questo strumento di morte, l'esigenza di custodirli con cura nasceva da una pletora di superstizioni, secondo le quali disporre di un pezzo di capestro portava fortuna e vi erano anche schiore di truffatori che ne costruivano di falsi per venderli ai gonzi. Così i capestri usati venivano conservati un una scatola e una volta all'anno si provvedeva a bruciarli e le ceneri venivano buttate in un apposito pozzetto. Non sempre, però, questa cerimonia si svolgeva perché, almeno a giudicare dal “libro”, tra un'esecuzione e l'altra potevano passare anche anni. E anche questa circostanza era molto seguita, c'era chi dal numero di lacci e da altri macabri dettagli traeva auspici. In un periodo di 120 anni vennero giustiziate in tutto 60 persone, molti anche non vercellesi, di solito per impiccagione, più raramente fucilati. I corpi venivano inumati nella chiesa di San Nicola nella zona di via Duomo e solo dopo il periodo napoleonico in Billiemme. Si osserva che Vercelli, tutto sommato, fu parca nel comminare questa pena, meno di città vicine come ad esempio Ivrea.

E’ una lettura macabra ma interessante, un semplice furto poteva bastare per finire sulla forca. Il più delle volte la “cerimonia”, accompagnata da tutti i conforti religiosi, prevedeva l’impiccagione e una morte abbastanza veloce, poi i corpi venivano smembrati in “quarti” appesi a Porta Torino, Porta Milano, Porta San Giacomo (più o meno Porta Casale) e al Brut Fond in via Filippo di Martirana. Il costo ammontava di norma a 33 lire per esecuzione (parliamo del XVIII/XIX secolo) 4 andavano alla Confraternita della Misericordia, 4 al “chierichino” per la raccolta delle elemosine, 6 al Brigadiere delle carceri e 2 per ciascuna guardia di scorta, 15 al boia, che però doveva assicurare la “prestezza” nel suo compito... le ultime due esecuzioni dell’agosto 1861 costarono in tutto 70 lire.

In questi 120 anni una sola donna venne impiccata, per colpe francamente irrisorie.

Lucia Pramaura fu Andrea, vedova di Gian Giacomo Vassarotto. La disgraziata venne giustiziata il 24 luglio 1750. Serva di un possidente dell'epoca era colpevole di un furto avvenuto nel dicembre 1748 “precedente apertura di di due guardarobbe, d'un cofano di noce, di un jnginocchiatoio e di un burrò col mezzo d'un grosso coltello da cucina”. Refurtiva 400 lire, una “mostra d'orologio con cassa di argento di Parigi e qualche quantità di lingeria”. Se è vero che alcuni di questi giustiziati avevano alle spalle diversi omicidi e atti ignobili è altrettanto pur vero che bastava anche solo un piccolo furto per fare una brutta fine. Nel libro c'è un buco di diversi anni coincidente con l'avvento del dominio francese dopo la rivoluzione, da questo testo non si hanno dunque notizie dell'arrivo o meno in città della “misericordiosa” ghigliottina... uno spunto da approfondire.

 

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