Un magazziniere si ferma a metà di un carico, appoggia una mano allo scaffale e dice ai colleghi che gli manca il fiato. Uno gli avvicina una sedia, un altro domanda se sia il caso di chiamare qualcuno, e intanto nessuno sa con certezza a chi tocchi prendere l’iniziativa. Può succedere in un reparto produttivo come in un ufficio, e quello che accade prima dell’arrivo dell’ambulanza pesa sull’esito. Per questo il primo intervento in azienda va organizzato come un lavoro di squadra, con i compiti assegnati prima che accada qualcosa, quando c’è ancora il tempo di scegliere le persone e di spiegare a ciascuna che cosa le spetta.
Negli ambienti di lavoro, la tempestività di reazione nei primissimi minuti successivi a un infortunio grave o a un malore improvviso può letteralmente salvare una vita, colmando il tempo cruciale che precede l’arrivo dell’ambulanza. Nominare gli addetti alle emergenze non può quindi limitarsi a una banale spunta su una checklist amministrativa, ma impone la costruzione di una squadra capace di agire con freddezza sotto pressione. La sfida più ardua durante una crisi, infatti, è il controllo del panico: solo chi ha ripetuto le manovre di rianimazione e di tamponamento emorragico in scenari simulati riesce a intervenire con reale lucidità. Per dotare le proprie squadre di questa fondamentale ‘memoria muscolare’ e operativa, i datori di lavoro prediligono iter didattici fortemente sbilanciati sulla simulazione pratica sul campo; la partecipazione a training intensivi – tra i quali menzioniamo a titolo esemplificativo il corso di primo soccorso a Torino fornito da GdmSanità, azienda tra le più autorevoli nel territorio piemontese – risponde esattamente all’esigenza di trasformare i dipendenti in un presidio salvavita reale ed efficiente a tutela di tutto l’organico.
Chi telefona, chi resta accanto, chi va all’ingresso
La chiamata spetta a una persona sola, che al 112 o al 118 deve spiegare con calma che cosa è successo, in quale Comune, via e numero civico si trova l’azienda, quante persone sono coinvolte e se l’infortunato risponde e respira, secondo le indicazioni del Ministero della Salute su come chiamare il 118 e che cosa fare in attesa dei soccorsi. La stessa pagina raccomanda di lasciare libero il telefono usato per la chiamata, dal momento che la centrale operativa può ricontattare chi ha chiamato per avere altri dettagli o per dare istruzioni. Un foglio con l’indirizzo esatto accanto ai telefoni fissi aiuta, visto che nell’agitazione perfino chi lavora lì da anni può sbagliare il civico.
Intanto un secondo addetto resta vicino alla persona per rassicurarla, senza spostarla se ha subito un trauma e senza darle da bere o farmaci. Se non risponde e non respira normalmente, chi è formato avvia la rianimazione e usa il defibrillatore, quando l’azienda ne ha uno, seguendo le indicazioni dell’operatore. Un terzo collega raggiunge l’ingresso principale e accompagna i soccorritori fino al punto giusto, il che in un capannone con più accessi evita parecchi giri a vuoto.
Perché la squadra va disegnata sugli orari reali
Può capitare che i due addetti nominati lavorino entrambi al mattino e che l’emergenza arrivi durante il turno del pomeriggio. Chi organizza la squadra parte quindi dal calendario vero dell’azienda, con turni, ferie, trasferte e reparti lontani fra loro, così che in ogni momento ci sia qualcuno pronto a intervenire. Il resto del personale ha comunque una parte, benché nessuno gli chieda di intervenire. Ogni lavoratore dovrebbe sapere chi sono gli addetti, dove si trovano la cassetta di primo soccorso e, se presente, il defibrillatore, e a chi rivolgersi quando l’addetto del reparto è assente, informazioni che un cartello aggiornato, appeso dove passano tutti, rende disponibili a chiunque.
Come si mantiene una squadra pronta nel tempo
Quando un addetto cambia mansione o lascia l’azienda, il suo posto resta scoperto finché qualcuno non se ne accorge, per cui conviene rivedere l’elenco dei nomi a ogni cambio dell’organico e programmare subito la formazione di chi subentra. Poiché il materiale della cassetta scade e il defibrillatore, oltre all’indicatore di stato, ha batteria e piastre con una data di scadenza da controllare, il controllo delle attrezzature va affidato a una persona precisa. Una prova breve della sequenza organizzativa permette poi di verificare che chi telefona conosca l’indirizzo e che chi va all’ingresso abbia le chiavi del cancello. Dopo un episodio reale, anche finito bene, un confronto fra gli addetti mostra quale passaggio ha rallentato l’intervento.
Domande Frequenti (FAQ)
È vero che un lavoratore infortunato non va mai spostato prima che arrivi l’ambulanza?
Chi ha subito un trauma, di regola, resta nella posizione in cui si trova, perché un movimento sbagliato può aggravare lesioni che a prima vista non si vedono. Fanno eccezione i casi in cui restare lì lo esporrebbe a un pericolo immediato, come un incendio o una fuga di gas, o quando serve spostarlo per la rianimazione.
Quanti addetti al primo soccorso servono in una piccola azienda?
La legge affida al datore di lavoro la designazione degli addetti senza stabilire un numero valido per ogni impresa. La scelta dipende dalla valutazione dei rischi, dalle dimensioni dell’attività e dall’organizzazione dei turni.
Che differenza c’è fra l’addetto al primo soccorso aziendale e il soccorritore del 118?
L’addetto è un lavoratore designato e formato per allertare i soccorsi e intervenire con manovre di base nei minuti che precedono il loro arrivo. Il personale inviato dal 118 ha invece mezzi, formazione specifica e il collegamento con la centrale operativa, che coordina l’intervento e sceglie la destinazione.