Suor Egidia Casale è un’istituzione della scuola salesiana del Sacro Cuore di corso Italia, il CIOFS FP. La sua risolutezza, ma anche la sua dedizione ai ragazzi e alla costruzione del loro futuro sono esemplari. Ci piace partire da lei perché incarna ciò che San Giovanni Bosco è stato e ciò che ha insegnato e che oggi viene tramandato in tutto il mondo dalla famiglia salesiana. Ebbene chiudendo l’evento di venerdì 30 gennaio al Sacro Cuore ha ricordato: «Non per essere polemica, ma per ribadire quello che diceva don Bosco… qualche giorno fa un personaggio istituzionale ha detto: ci accusano che le carceri sono piene, ma non c’è problema, perché noi possiamo costruire altri dieci carceri… Don Bosco diceva: “Creiamo oratori, sosteniamo le scuole, andiamo nelle piazze, andiamo nei vicoli…”, Ma fare nuovi carceri non è la soluzione. Noi adulti siamo chiamati a prevenire e non a reprimere».
Parole decise che danno conto del valore dell’educazione, del ruolo fondamentale che ha.
«L’educazione – ha infatti ricordato la religiosa – è cosa per i cuori, non di cuore ma del cuore. Volete essere ascoltati e farvi sentire amati… è una questione, diciamo, politica, e fa bene alla democrazia e fa bene alla libertà. Come diceva don Bosco: “In ogni giovane c’è un punto accessibile al bene, questo fa bene a noi e fa bene alla società».
La festa
La celebrazione, ma è meglio dire la festa, ha visto la partecipazione di numerose autorità e attori del territorio: il prefetto Lucio Parente, il sindaco di Vercelli Roberto Scheda, il vicepresidente della Provincia Alessandro Montella, il vice presidente del Consiglio Comunale Gianni Marino, l’arcivescovo mons. Marco Arnolfo, esponenti delle Forze dell’Ordine, Liliana Lobascio dell’Ufficio Scolastico Provinciale, Carlo Greco, direttore della Caritas vercellese, Luca De Santis, vice comandante della casa circondariale di Vercelli, Fiorella Colangelo, primo dirigente della Questura in rappresentanza del Questore.
Durante lo spettacolo, durato oltre un’ora, sono stati gli stessi studenti a ripercorrere i capisaldi salesiani con canzoni, scenette, dialoghi, seguito dai loro insegnanti.
Il tema dell’incontro era “Alzati e vai. Che cosa vuoi fare da grande?”. Ovvero “i sogni”, intesi come il desiderio di evolvere e raggiungere obiettivi importanti, nella vita. Perché – è stato detto – le cose grandi non sono grandi e basta, sono sempre frutto di un grande amore.
Un concetto espresso in modi diversi, ad un certo punto sono entrati quattro ragazzi identificati da un numero, simbolo della spersonalizzazione che è sempre in agguato, e poi hanno girato quei numeri svelando i loro veri nomi. I ragazzi desiderano avere una guida, un sentiero da percorrere, poi sono capacissimi di seguirlo.
La realtà nelle scenette
Nelle scenette c’è stata anche una “satira” del vizio moderno, che non riguarda solo i giovani, di perdersi davanti al display del telefonino…
Ma come chiusura sono illuminanti ancora una volta le parole del festeggiato, don Bosco, nella lettera-testamento spirituale da Roma 4 anni prima della morte: «Vicino o lontano io penso sempre a voi, uno solo è il mio desiderio quello di vedervi felici nel tempo e nell’eternità. Questo pensiero, questo desiderio, mi risolsero a scrivervi questa lettera. Sento, o cari miei figli, il peso della mia lontananza da voi e il non vedervi e il non sentirvi mi cagiona pena quale voi non potete immaginare. Tuttavia, benché pochi giorni manchino al mio ritorno, voglio anticipare la mia venuta tra voi almeno per lettera, non potendolo di persona. Sono le parole di chi vi ama teneramente in Gesù Cristo ed ha dovere di parlarvi colla libertà di un padre. E voi me lo permetterete, non è vero? E mi presterete attenzione e metterete in pratica quanto sono per dirvi. Voi giovani siete l’unico e il continuo pensiero della mia mente».
Le parole di un santo ma che dovrebbero essere sempre la guida nell’educazione dei giovani, una dedizione e un’attenzione che al CIOFS FP non mancano mai.
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– I sogni d’infanzia dei vip cittadini –
Il vero colpo di genio della festa per don Bosco a CIOFS FP è stato il talk-show, in cui Prefetto, Sindaco, Arcivescovo e altre personalità hanno svelato dove si trovavano e che sogni avevano a 9 anni di età.
Il Prefetto: “Volevo divenare calciatore”
Il Prefetto Lucio Parente ha ricordato di aver assistito in tv alla partita “Italia-Germania” dei mondiali del Messico, quella del 4-3. «Allora il mio sogno – ha svelato – era quello di diventare un grande calciatore e giocare in nazionale, ma poi ho capito che non era la mia strada. Non riuscivo a segnare facevo tutto il campo ma la palla poi si rifiutava di entrare in rete…».
Suor Giusy
E’ stata la prima di una serie di “confessioni” fatte con il cuore, e un pizzico di buon umore.
Suor Giusy, direttrice dell’istituto: «Mi trovavo in Puglia insieme a una famiglia molto numerosa, 6 figli… Da bambina sono sempre stata un po’ ribelle, mi piaceva tanto ballare, mi piaceva studiare poco… La mia maestra mi diceva, siediti nel primo banco, così non ti distrai… Ma io quando potevo mi sedevo nell’ultimo banco. La mia maestra, essendo io così monella, mi metteva dei voti di comportamento poco sopra la sufficienza…».
Liliana Lobascio
Liliana Lobascio Ufficio Scolastico Provinciale – ha esordito: «A nove anni ero timidissima… di amici in effetti ne avevo pochi. I miei genitori, per svegliarmi un po’, mi accompagnarono dagli scout… Ed io ricorderò per tutta la vita… Nell’enorme cortile c’era una quantità esagerata di bambini vocianti, io mi sono attaccata alle gambe di papà… Lui mi ha detto “stai tranquilla qui troverai degli amici”… Il capobranco mi accolse col sorriso e mi disse “benvenuta” affidandomi ad una bambina più sicura di me Federica…, che purtroppo è già volata in cielo, che mi prese per mano accompagnandomi in questa prima adunanza. Io da lì gli scout non li ho mai più abbandonati. Grazie al loro insegnamento il mio sogno, ancora oggi, è quello di trasmettere come educatore e come mamma messaggi positivi».
Suor Egidia
Suor Egidia Casale ha raccontato: «Io mi trovavo a Torino, nella mia famiglia si arrabbiavano un po’ perché ero un po’ un maschiaccio… Abitavo dalle parti di Porta Nuova ed ogni tanto scappavo al Valentino e andavo a giocare a calcio… Mi sgridavano tutti, i miei fratelli proprio perché vedevano in me un maschiaccio e non andava bene a quell’epoca e soprattutto perché ero molto, molto ribelle». La religiosa ha raccontato di essere nata in una famiglia in cui il papà e un fratello facevano parte delle Forze dell’Ordine e quindi c’era una certa disciplina in casa e che sognava di fare il poliziotto. «A me chiedevano tanto e volevo ribellarmi ai miei genitori».
Il sindaco Roberto Scheda
Dove si trova e cosa pensa di fare da grande? La domanda rivolta a Roberto Scheda che ha scherzato: «Da grande vorrei fare il Presidente della Repubblica».
«In quei flash che avete fatto – ha detto riferendosi allo spettacolo – c’è l’attualità, noi stiamo vivendo con voi questi momenti, in cui non bisogna parlare, siete voi che dovete parlare, noi dobbiamo ascoltare… Ma dobbiamo reagire a una situazione che può andare fuori controllo e siete voi i primi a essere i controllori. Il mondo della Scuola, la Chiesa e la Famiglia, questi sono i tre fondamentali per tenere insieme una società che vi appartiene e che è il vostro futuro».
«A nove anni ero a Vercelli, tra l’altro ho fatto il boy-scout anch’io… Andavo a scuola nell’istituto di piazza Cesare Battisti. Finite le lezioni andavamo al Campo della Fiera, dove si praticava anche alla lippa. Giocavamo a calcio su quella terra e poi si faceva tardi perché magari si guardava il mercato… Il pomeriggio ero in oratorio a San Cristoforo, perché con i padri domenicani servivo la messa le funzioni… e una volta si usava e non so perché oggi non si usi più… la benedizione delle case. Entravo nella case ed ero anche abbastanza severo con quelle signore che erano restie a dare l’obolo… Oggi sono il vostro sindaco e amo questa città perché mi ha dato tutto».
L’arcivescovo Marco Arnolfo
Suggestiva e profonda la testimonianza di mons. Marco Arnolfo, il quale ha ricordato di essere nato in una fattoria. nono di dieci figli. Gli è stato chiesto quale fosse la sua paura… «Andavo a scuola per un sentiero, coi miei fratelli più grandi e poi tornavamo dallo stesso sentiero… io avevo paura allora che tornando a casa non ci fosse, e invece c’era sempre, “Mechechi”… Quando uscivo da scuola ero infatti accompagnato da un falco che avevamo allevato…». La famiglia di Arnolfo oltre a cibarlo gli insegnò persino a volare, allargandogli le ali, rimase con loro fino a che un giorno non sparì.
«Di grandi paure – ha continuato – allora non ne avevo, però mi aveva un po’ preoccupato quando vedevo che c’era mia mamma che ogni tanto era angosciata, si avvicinava a mio papà e gli diceva; “Ma Pietro, ma adesso cosa faremo? E’ arrivato questo temporale, ci ha portato via tutto il raccolto, come faremo a sfamare i nostri figli?”. E mio padre che rispondeva, in piemontese: “Non preoccuparti, Dio vede e Dio provvede…”. E io allora, da quel giorno, ho cominciato a capire che c’era Qualcuno più grande di papà… Capivo che si affidava anche lui a qualcuno di più grande, lo chiamava Dio, che ci guardava…».
Paola Carrer
«Sono nata in provincia di Alessandria – ha ricordato Paola Carrer, insegnante CIOFS FP – il sogno? A nove anni ero una bambina timida, difficile… il sogno era quello che avevo già, una famiglia, dei genitori che mi volevano bene, un fratello a cui volevo molto bene».
Carlo Greco
Infine Carlo Greco, direttore della Caritas: «A nove anni mi trovavo ai Cappuccini, e facevo ancora fatica ad inserirmi, faticavo a trovare degli amici, allora ero molto timido… Però la cosa che mi ha aiutato di più, ed è anche perché questo posto mi piace tantissimo, è stata quella di venire qui per un centro estivo, ho trovato un’accoglienza pazzesca, dagli educatori e animatori che poi sono sempre stati un punto di riferimento».
Gli insegnamenti della vita
L’insegnamento che tutti gli intervenuti hanno sottolineato è che nella vita bisogna credere in ciò che si fa, imparare ad amare e poi con l’impegno viene tutto il resto e nessun sogno è precluso.