Trentacinque anni senza Placido Vidale: il ricordo

Il religioso fondò la Comunità Marianista a Vercelli e fu un pioniere per l'emancipazione dei disabili.

Trentacinque anni senza Placido Vidale: il ricordo

Abbiamo da poco ricordato i 25 anni dalla morte di don Mauro Stragiotti, ma lo scorso 13 gennaio sono passati 35 anni dalla scomparsa, a soli 60 anni, di fratel Placido Vidale, un altro gigante della carità e della fede, due pilastri che in lui erano ben saldi. Aveva il sorriso e la calma dei santi.

Nella foto: Fratel Placido con Rita e a Rosa, che vivevano nella sua comunità a Cascine Strà

Gli anni passano ma il suo ricordo rimane in tanti vercellesi che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di quanti hanno beneficiato del suo amore fraterno e disinteressato. Placido Vidale ha speso infatti 22 anni della sua vita in terra vercellese prodigandosi per gli ultimi.

La vita

Era nato a Bassano del Grappa il 20 marzo 1930, in una famiglia numerosa, aveva infatti 4 sorelle e 3 fratelli, il papà Attilio Vidale fu un alpino dell’Armir, la sfortunata spedizione italiana in Russia. Fin dalla più tenera età Placido manifestò il suo carattere gioioso e una fede autentica.Aveva scelto presto la vita religiosa come fratello Laico nella «Società di Maria» I Marianisti, tuttora presenti a Vercelli con padre Alberto Colombo, compagno e poi successore di Placido.

La scelta scomoda

Il religioso raggiunse una posizione “comoda” nella sua congregazione, operando come insegnante e animatore di comunità, incarico che lo aveva portato alle porte del Vercellese, a Brusasco.
Ad un certo punto, però, volle dare una svolta evangelica profonda al suo servizio e scelse di farlo fra i poveri e i lontani. Una scelta maturata nel crogiolo epocale che viene etichettato come “68″, ma che è ben più ampio. Comunque, nel 1969, vincendo anche le tante remore dei suoi superiori, fondò una piccola comunità “Marianista” inserita nel contesto cittadino vercellese del rione Cappuccini. Una famiglia di 5 religiosi tra altre tre famiglie in un cortile di Via Tahon de Revel 93.

Una casa sempre aperta

Una “casa” che era sempre aperta a tutti, Placido era peraltro un bravo cuoco, tanto che i cappucinatti di allora, quasi tutti comunisti convinti, furono conquistati dalla sua disarmante semplicità e disinteressata amicizia.
Spese i suoi anni vercellesi al servizio di persone diversamente abili per il loro recupero umano ed il loro inserimento sociale e lavorativo. Grazie al suo dinamismo sono nate negli anni, oltre alla comunità Marianista vera e propria, una Casa famiglia in collaborazione con la Provincia di Vercelli, un laboratorio protetto sotto l’egida del Comune della nostra città, fondando poi negli anni, e fu un vero pioniere, le cooperative sociali Artigiana S. Giuseppe, Camminare Insieme e Obiettivo Camminare Insieme per l’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate e l’Avgia (Associazione Vercellese Giovani Invalidi e Amici) che è oggi l’unica di queste opere ancora attiva a Trino, con quello spirito di famiglia e di umanità che fu proprio di Placido.

Placido di nome e di fatto, ma infaticabile

Che dire di lui… Chi scrive l’aveva conosciuto nella metà degli anni Ottanta, come cliente della tipografia allora a Cascine Strà, una persona che ti metteva a tuo agio, calmo, come il suo nome, operoso, sempre disponibile. Un esempio di come si dovrebbe vivere nella grazia di Dio, al servizio degli ultimi.

Prese nella sua casa ragazze sole che avevano vissuto in istituti e altre persone in difficoltà. Alcune di queste persone come Rita e Maria Pia, che divenne la cuoca della comunità, e molte altri da lui beneficiati, non ci sono più, sono tornate con il loro “papà”, come lo chiamavano, perché tale è stato per tante persone, un padre e anche un “inviato speciale di Dio” sulla terra.

I ricordi

Evasio Rota, suo confratello marianista e amico, in una delle messe di suffragio tenute negli anni ricordò come Placido si alzasse anche nel cuore della notte: «Dove vai gli chiedevo. E lui: “vado a trovare un amico, Gesù e a parlare con lui”. Placido mi ha insegnato che pregare vuol dire stare in compagnia di Gesù».

Mentre don Alberto, in un’altra occasione ricordò: «Fratel Placido è stato un campione della carità. E’ stato un vero strumento di Dio nel settore dell’emarginazione. I semi da lui piantati nelle nostre terre sussistono ancora per opera di volontari al servizio dell’emarginazione che oggi ha assunto volti diversi, ma che continua a interpellarci con i detti di Gesù. Ha sempre operato per un mondo più umano, condividendo risorse fisiche, intellettive ed economiche. Come dice san Giovanni nel prologo del suo Vangelo “la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta”».

Parole dette col cuore che sono anche il ricordo più calzante di un grande “vercellese d’adozione”.
Un uomo di cui oggi ci sarebbe tanto bisogno.