Ogni quartiere cittadino è cambiato nel tempo, ma c’è un rione che è scomparso del tutto o quasi. La vecchia “Furia”. Prima i lavori per edificare la “gloria” della Vercelli fascista, piazza Zumaglini (metà anni Trenta del secolo scorso), poi, nel dopoguerra, il completamento della trasformazione, con vari condomini e la Camera di Commercio.
Un quartiere che era già un mito negli anni ’70-‘80, periodo in cui venne pubblicato uno dei “Quaderni della Famija Varsleisa” (che non riporta una data precisa).
Autore Francesco Leale in uno dei suoi tanti libri sui personaggi e la storia vercellese, titolo: “Furia story”.
Volume trovato su di un banco del “Barlafüs” e che non aspettava altro che essere comprato per continuare a diffondere gli echi di un tempo che fu.
Chi ha conosciuto il “Cecco” ne apprezzava la natura eclettica: caricaturista di fama mondiale, ma anche pittore surreale, onirico, storico e narratore della Vercelli popolana, giornalista anche sportivo, politico… Un tempo non c’erano gli specialisti, i grandi intellettuali erano quasi sempre “poliedrici”.
Una Vercelli strana
«Una Vercelli quella che ci descrive Francesco Leale – conclude nell’introduzione Carlo Ranghino, altro vercellese di grande valore – strana e composita nello stesso tempo, modesta ed ambiziosa, generosa ed altruista, che sapeva anche divertirsi e far divertire, che non si è mai arresa, anche di fronte alle grandi calamità».
La preghiera dei “furiat”
E il “Cecco”, nella sua brevissima prefazione, ci regala un tesoro che oggi è più che mai prezioso, una preghiera, la preghiera, in dialetto, dei bambini “furiat”, nella quale c’è lo spirito del rione: «Oh, Signur! / mi ‘n but giù / son nen sicur / da v’ni su. / Acqua santa / che mi bagna! / Spirit sant / c’an cumpagna! / Bruta bestia / via da lì, / Spirit sant / sta cun mi».
La preghiera venne trasmessa a Leale da Pao Pasquino, “fratello e amico” a cui il “Cecco” dedica un po’ questo libro. Un personaggio cruciale nel tramandare la storia del rione.
Un mondo alla De Andrè
Leggendo queste pagine, un po’ evanescenti, stampate da una tipografia che non esiste più, la mitica SETE, della diocesi, la colonna sonora ideale sarebbero le canzoni di Fabrizio De Andrè… Un’umanità ai margini, fatta di prostitute, piccoli malfattori, macchiette è la stessa dei vicoli genovesi di un tempo.
La storia del quartiere
Il libro va un po’ letto al contrario… dalla fine all’inizio. E’ infatti nell’ultimo capitolo “Come nacque la Furia” che abbiamo delle informazioni specifiche. Intanto la “Furia” non è sempre stata nell’area che oggi fa perno sulle piazze Zumaglini e Risorgimento, prima era a porta Milano, ma siamo tra 1.500 e 1.600. Nei primi decenni del XVII secolo dominavano gli spagnoli che si presero quella parte di città, così i “furiat” si trasferirono nella nuova “Furia”.
«Nello spazio delimitato da via Alighieri, via Marsala, viale Garibaldi, corso Libertà, via del gallo e della campana e dei butin (perché vi era una manifattura di bottigliette ndr.), cioè via Dionisotti…».
Il nome “Furia” deriverebbe dal carattere combattivo dei suoi abitanti, ma, fa notare Leale, anche dal latino “fures” cioè ladro.
Un altro aspetto storico importante è la presenza del convento del Carmine contro cui era di fatto “ammassato” un quartiere di case e vie strette, una vera “casbah” da cui le forze dell’ordine, se non era proprio necessario, si tenevano alla larga. Il convento ospitò anche il “manicomio”. Parliamo quindi sempre di umanità al margine della società, ma tuttavia profonda e autentica.
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La copetina del volume
Immagine d’epoca di uno dei cortili del rione scomparso della “Furia”
Cantieri in piazza Risogimento
Lo scavo delle fondamenta della Camera di Commercio
Entrata vecchio cinema Corso
Le rovine dell'isolato del cinema Corso
Via Dionisotti della “cuntrà di butin” perché c'era una fabbrica di bottigliette
Mario Panero personaggio del pugilato, nell'angolo con il pugile Waldè Fusaro di cui fu tecnico.
Il Caffè Marchesi, foto anno 1948, sorto dove c'erano le vie del Gallo.
Alcuni esponenti della famiglia Ciocchetti
Ciotu Piacenza, una delle più note figure del rione con amici e famigliari
Un gruppo di donne della “Furia” che lavoravano nei camp
La statua del Sereno che ritrae il fisico della “Pudif”
Le macchiette
Vediamo alcune delle figure di cui parla il volume.
La “scartoch”, ad esempio, una donna umile, una lavandaia, che cucinava deliziosi involtini in cui metteva di tutto, che regalava soprattutto ai bambini, siamo negli anni Venti del secolo scorso.
Il paragrafo lavandaie è interessante da riproporre: «A Vercelli le lavandaie erano dislocate al rione Cervetto, al Molinazzo in piazza Camara, quando la loggia era ancora da coprire, ed in Corso San Martino. Moltissime le lavandaie anche della Furia. Lavoravano particolarmente per le case di tolleranza di via della Campana, quando furono trasferite (le case di tolleranza), inscenarono parecchi dimostrazioni, venivano a perdere proventi certi».
La leggenda della Pudif
Una figura leggendaria che viene riportata è la “Pudif”, una “etera” (donna di liberi costumi, prostituta ndr-), le cui fattezze si possono vedere ancora oggi, seppure corrose dal tempo, nei giardini a lato della basilica di Sant’Andrea. E’ la popolana che porge la palma al Re Umberto I. Infatti era la modella dello scultore Sereno.
«Era una donna di una bellezza da diva cinematografica – scrive Leale – un corpo che avrebbe incantato anche un buongustaio… E’ lei la donna con la palma in mano che fa il solletico al secondo sovrano Italia e non la Pitardina come credono in molti erroneamente».
Il “Cecco” ricorda che la “Pitardina”, che diede anche il nome a una casa in via Giovenone, demolita con grandi polemiche alla metà degli anni Novanta, era Benilde Rombelli, nota dai primi del ‘900 fino agli anni ‘70, altra donna dalle fattezze superlative. Un corpo statuario… tanto che un altro grande artista, Giovanni Porzio, le dedicò una scultura, quando era ancora una giovinette che si intitola appunto “Gemina”, un nudo di notevole livello, conservato al Museo Borgogna.
Leale in questo libro fa diversi “incisi” trattando anche personaggi e usi di altre parti della città per dare anche un quadro d’insieme.
Tornando ala “Pudif” viene citato un episodio, Lei stava con un uomo altrettanto “sex symbol”, uomo di cui si innamorò perdutamente un’altra donna… Le due rivali composero il dissidio in un modo pittoresco. La Pudif, sicura dell’appeal sul suo uomo acconsentì a “venderglielo” per venti bottiglioni (il famoso “dupi litar”) di vino nero, supponendo che sarebbe presto tornato da lei… Invece le grazie della rivale risultarono talmente gradite al bel fusto che non tornò mai dalla Pudif!
La solidarietà
Un passo che dice molto sulla “Furia” è questo e riguarda altre due donne: «C’erano la Marion e l’Ursula. L’Ursula era la proprietaria dell’Osteria dove si trovavano le donnine facili, mentre quella del “Giocondo” era nota non soltanto per il suo vino, ma anche perché era quasi un ristorante si poteva mangiare qualche cosa… Non era necessario portarsi da casa come si faceva in qualche altra bettola i “sunsin” o la “gungursola” o al tün e alici piccanti marca “Garibaldi” (le migliori), inoltre il “Giocondo” faceva un po’ d’albergo di notte da albergo di notte, di asilo notturno per i vecchi e i bisognosi. Due stanzoni dentro cui c’erano dei pagliericci buoni per passare una notte senza stare all’addiaccio e rompersi le ossa su di una panchina, coperti di soli giornali, cimici a parte».
Una sensibilità e uno spirito di comunità che oggi sono introvabili, erano poveri, spesso grezzi, anche “mariuoli” oppure prostitute, ma in quanto a umanità ci sovrastano nettamente.
Altri personaggi
Nelle pagine del libri si trovano altri personaggi: il “Sensa boyta”, senza pancia, in contrasto con il “Butalin” per la sua pancia e ancora un uomo chiamato “van… van”, perché costui da bambino quando vedeva una delle prime auto ne imitava il suono a modo suo, appunto con quel “van van”. E ancora il “Ceck”, che usciva, ma più che altro entrava di continuo al “Beato Amedeo”, cioè il carcere di Vercelli, era un ricettatore.
Uno scherzo assurdo
O ancora “Giuan ‘l pancia” ovvero Giovanni Verro, che viene descritto nel dettaglio Piccolo, rotondetto, con un naso grosso e rosso «non certo per il freddo», un mediatore atipico, noto perché non pagava i suoi debiti e se ne vantava… quando un creditore si faceva vivo per avere il suo Giuan lo apostrofava violentemente per il suo ardire, concludendo più o meno così: “eri in cima alla lista di quelli che stavo per pagare, ora passi all’ultimo posto”. Un tipo dalla parola facile, che non a caso veniva scelto come imbonitore per il banco di beneficenza della “Madonna degli Infermi”, la chiesa di San Bernardo. Poteva intrattenere per ore con la sua parlantina, con performance da vero attore. A lui e a dei suoi amici viene accreditato uno scherzo leggendario. Presero un maialino al mercato di piazza Mazzini, con la prospettiva di mangiarselo… ma già che avevano questo animaletto, che era vispo e pieno di energie… lo usarono per una burla, lo coprirono con un sacco, per simulare un fantasma se lo si fosse visto di sfuggita, e lo liberarono nei solai del quartiere, che erano comunicanti. La povera bestia, correva alla cieca, producendo rumori pazzeschi nella notte, scoppiò una vera psicosi su presenze spettrali. Terminata la burla il maialino finì arrostito in un’osteria. Oggi sarebbe un episodio improponibile, allora invece queste cose accadevano.
Dettagli perduti
Oltre ai personaggi, qui ne abbiamo citati davvero pochi rispetto alla mole di storie del libro, si tratta anche di luoghi, come il vecchio cinema Corso oggi una moderna galleria commerciale, oppure di usi dell’epoca, Si scoprono così i “Seltzisti” e “gazzoisti” che realizzavano le bevande gasate. E poi osterie varie, alcune anche con le ballerine… Si cita anche famiglia Niemen, che è ancora attiva come burattinai. Davvero tante figure e immagini, come gli imbonitori per attirare persone nei cinema, allora fiorenti…
Un mondo che è risorto all’improvviso dal banco di un mercatino e che abbiamo voluto condividere con i nostri lettori.