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Governo Draghi: le considerazioni dalla “Fortezza Bastiani”

Più politici che tecnici per avere i voti in parlamento.

Governo Draghi: le considerazioni dalla “Fortezza Bastiani”
Politica 18 Febbraio 2021 ore 10:45

Mentre l’esecutivo di Mario Draghi si presenta alla Camera per la fiducia, dopo averla già intascata al senato con 262 voti favorevoli riproponiamo la puntata della “Lettera” dalla Fortezza Bastiani pubblicata nel numero di Notizia Oggi Vercelli di lunedì 15 febbraio 2021, in cui ci sono interessanti considerazioni.

Pochi tecnici, a Draghi servivano i voti delle Camere…

Facendo un rapido giro di orizzonte sui social media, che rappresentano bene le “opinioni da bar” del nostro paese, è facile notare che la presentazione del Governo Draghi ha suscitato sentimenti diversi che possono essere raggruppati in tre grandi gruppi: quelli che sono contenti perché gli bastava vedere Conte a casa e sono convinti che Draghi farà bene; quelli che sono rimasti delusi perché si aspettavano una squadra di Ministri completamente tecnica con grandi nomi; quelli che sono rimasti schifati dalla troppa presenza politica e dal ritorno di alcuni nomi legati al passato. Era immaginabile, del resto Matteo Renzi e lo stesso Berlusconi avevano tirato fuori questa storia del “Governo dei migliori” e qualcuno ci aveva anche creduto. In realtà avrebbero dovuto dire: “Il migliore dei Governi possibili”.

Non è superman

Mario Draghi è bravo, ma non è Superman. Il nostro sistema di Governo, infatti, nonostante le migliaia di boutade propagandistiche di questi anni che hanno varato le immaginifiche “Prima, Seconda e Terza Repubblica”, non è mai cambiato. I principi costituzionali sono rimasti gli stessi, immutati da più di settant’anni: la nostra è una repubblica parlamentare.

I deputati sono uomini liberi

Ciò vuol dire che da noi a livello nazionale non si elegge direttamente un bel nulla: noi eleggiamo attraverso la mediazione dei partiti dei Deputati, che una volta eletti non devono avere alcun legame con i partiti che li hanno candidati e con il territorio che li ha eletti. Sono uomini liberi.

Deve essere così per evitare quel che accadde nel 1921 quando i deputati avevano il vincolo di mandato e dovevano obbedire al Partito Nazionale Fascista. Il Parlamento è il fulcro attorno a cui ruota tutto il nostro sistema di governo: è centrale. Draghi nel comporre il suo Esecutivo si è dovuto necessariamente confrontare con il Parlamento eletto da noi nel 2018: il Parlamento che ci rappresenta. Non poteva prescindere da questo per mandato costituzionale.

Niente “dream team” di specialisti

Avrebbe potuto fare una squadra di professoroni universitari e top manager con cui scrivere le leggi e i progetti migliori del mondo ma poi, una volta arrivato a Montecitorio, chi glieli avrebbe votati?

Per fare un Governo serve una maggioranza, per approvare delle leggi servono il consenso e i voti del Parlamento. Amen. Per usare un paragone molto in voga nel mondo televisivo uno può avere in cucina anche il migliore chef stellato, ma se nella dispensa del ristorante ci sono solo spaghetti olio e peperoncino non possiamo aspettarci di mangiare un ottimo astice alla catalana.

Il venerato “Manuale Cencelli”

Usando il Manuale Cencelli di buona memoria e rispettando con attenzione le percentuali dei partiti l’ex Governatore della BCE ha composto la sua squadra mescolando gli ingredienti a sua disposizione: la proporzione tra tecnici e politici è di uno a due, con otto tecnici e quindici politici, ma sono gli uomini di Draghi a guidare i ministeri chiave. Va segnalato che anche con questa nuova formula, che garantirà al Governo la maggioranza più larga mai vista in Parlamento, non un solo piemontese è stato ritenuto degno di sedere in Consiglio dei Ministri: la cosa dovrebbe farci pensare.

Il vincitore è stato Mattarella

Ma se dovessimo ragionare in termini calcistici – paragone sempre gradito ai miei tre lettori – chi ha vinto e chi ha perso la partita della crisi di Governo? A sommesso avviso di chi scrive il grande vincitore è stato il Presidente Mattarella, che si è trovato di fronte ad un problema senza precedenti: una crisi di Governo in piena pandemia senza che i partiti gli offrissero soluzioni credibili. Ha avuto il coraggio di giocare la carta Draghi e la realtà gli ha dato ragione. In passato si erano visti alcuni governi tecnici con maggioranze risicate, ma non si era mai visto un Governo del Presidente che diventa un Esecutivo di unità nazionale. Vince Luigi Di Maio, che riesce a mantenere la poltrona di Ministro degli Esteri incassando addirittura il gradimento della diplomazia USA, che ha dato il via libera alla sua riconferma: l’ex venditore di bibite allo stadio ha compiuto un difficile percorso di affrancamento dal suo passato ed è riuscito ad entrare nel salotto buono della politica italiana. Vince Berlusconi, che porta tre fedelissimi a Palazzo Chigi con deleghe di tutto rispetto. Stravince Salvini, che in pochi giorni ha buttato a mare tutto l’armamentario sovranista e le amicizie scomode (Trump, Orban) per trasformarsi in un convinto europeista.

La conversione del “Capitano”

Il Capitano ha trovato la rotta e riesce a piazzare tre Ministri portando a casa lo Sviluppo Economico che gli vale l’applauso di tutto il mondo industriale del Nord. Vince LEU, che mantiene Speranza alla Sanità. Perde Renzi, che da leader di un piccolo partito di un Governo di Sinistra – ago della bilancia in un momento in cui si dovevano spartire 209 miliardi – ha aperto una crisi al buio. Aveva due Ministre, di cui una con portafoglio, e se ne ritrova una senza peso riuscendo a resuscitare Berlusconi, riportare in sella Salvini e ridursi al margine dell’azione di Governo: ininfluente in una maggioranza in cui il nuovo ago della bilancia è Matteo Salvini. Pareggia il PD, che con questo colpo è andato al Governo con tutti meno che con la Meloni, ed è ormai sempre più un partito Socialista Europeo di garanzia democratica: fondamentale grazie alla sua classe dirigente per il governo del paese.

La Meloni si è chiamata fuori

Ha deciso di non giocare la Meloni, che spera di vincere le elezioni tra due anni dopo aver sorpassato Salvini nel gradimento degli elettori di Centrodestra. Se ha scelto la tattica giusta lo capiremo tra qualche tempo: ma corre dei rischi enormi schiacciata tra il Nord che finirà tra le braccia delle Lega e di Giorgetti, e il Sud che tornerà ai vecchi amori berlusconiani.

Giovanni Drogo

Nell’articolo pubblicato sul giornale manca una parte iniziale, riproponiamo la versione integrale scudandoci con il nostro valente notista.

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