STORIE DI INTERNATI

Medaglia alla memoria del bersagliere Passarin che scelse il lager per non obbedire al fascismo

Anche un altro santhiatese, Giuseppe Ariotti condivise lo stesso destino.

Medaglia alla memoria del bersagliere Passarin che scelse il lager per non obbedire al fascismo
Cultura Santhià, 03 Febbraio 2021 ore 10:33

Nel Salone Storico della Prefettura di Vercelli, nel giorno della Memoria è stata consegnata la Medaglia d’Onore alla memoria ad Andrea Passarin, santhiatese di dozione, costretto al lavoro coatto nei Campi nazisti dopo l’8 settembre 1943. Passarin, classe 1912, ha vissuto il suo periodo di deportazione dal 9 settembre 1943 all’8 maggio 1945, a Stammlager vicino a Moonsburg e la consegna di una Medaglia d’Onore alla sua memoria è un modo per rendere un doveroso omaggio a chi ha tanto sofferto. «Mio padre arrivò in Piemonte nel 1952 – racconta il figlio – dal Veneto dove faceva il mezzadro, ha poi intrapreso altre strade lavorative».
Alla consegna della Medaglia d’Onore, insieme al figlio Virginio, era presente il sindaco di Santhià Angelo Cappuccio: «Io sono stato onorato di aver potuto consegnare la medaglia e di ascoltare il racconto che il Vice Prefetto e il Colonnello dei Bersaglieri di quando gli hanno chiesto di far parte del Fascio e lui ha detto di no ed è stato deportato».

Un po’ di storia

Il Bersagliere Andrea Passarin era stato richiamato alle armi il 30 marzo 1939, nello stesso anno partecipa all’occupazione dell’Albania per poi rientrare in Italia il 9 ottobre ed essere posto in congedo il 1° novembre. Nel 1941, viene richiamato alle armi e partecipa alle operazioni di guerra in Iugoslavia; nel 1943 viene catturato dall’es ercito tedesco in Montenegro e internato in Germania nello stammlager VII A nei pressi di Moonsburg: ha preferito scegliere la prigionia piuttosto che aderire alla Repubblica Sociale Italiana. Nel 1944 viene assegnato al lavoro coatto a Ingolstadt e mandato a riparare le linee ferroviarie distrutte dai bombardamenti alleati.
Dopo la liberazione da parte degli Alleati tornò in Italia nel maggio 1945, percorrendo tutta la strada – da Norimberga a Montegaldella (Vicenza) a piedi.

Pochi racconti

«Non parlò quasi mai di quel lungo periodo di guerra e prigionia – racconta il figlio -. Le poche cose di cui sono a conoscenza sono le angherie subite da parte dei tedeschi, il freddo, le disinfestazioni con lo zolfo quando i prigionieri erano obbligati a restare nudi fuori dalle baracche, gli appelli interminabili che duravano ore, la terribile fame, tanto che per sfamarsi, a rischio della vita, andavano a cercare le bucce delle patate tra i rifiuti. Tutto questo gli diede grande sofferenza, che portò con sè fino a quando morì nel 1986. Nonostante questo, fu un padre e un nonno premuroso. La sua storia ispira da sempre per la sua famiglia, i valori della democrazia, della libertà e della memoria, che ogni giorno ci impegnano a mantenere vivi».

La testimonianza scritta di Giuseppe Ariotti

Un altro santhiatese ha lasciato una testimonianza scritta di quel che capitava ai deportati, si tratta di Giuseppe Ariotti, maestro e papà dell’attuale vicesindaco. Anche lui come altri fu rinchiuso in un campo di lavoro, lo Stalag XI A. E anche lui non parlò mai di quei giorni tremendi tanto che la figlia Angela scoprì la sua storia casualmente, leggendo in un libro ha trovato le parole con cui il padre descriveva un “giornata tipo «3 dicembre 1943 – Siamo alloggiati in uno stanzone circa 180 persone. Sveglia alle 4… Oggi ci sarà la disinfezione del locale, che è diventato il quartier generale dei topi di tutti i dintorni. Il pane non si può tenere intatto; alla mattina lo trovi rosicchiato. Durante la notte i topi ti passeggino sulla testa come se niente fosse. Non parliamo delle altre… bestie.

Raggiungiamo un baraccamento al lato opposto della città, appositamente costruito per la disinfezione… nudi si attende un’ora buona. Finalmente la doccia calda! E’ quasi con gioia spasmodica che ci gettiamo sotto l’acqua. Sono mesi che non potevamo fare un doccia… Poi al lavoro. Sono le 22 quando si ritorna al lager: uno per uno veniamo perquisiti come tutte le sere. Ed entriamo nella tomba dei vivi… Lo stanzone è pieno di fumo, l puzza dello zolfo è insopportabile, gli occhi ci piangono dal dolore.

Durante la nostra assenza i nostri custodi hanno fatto man bassa di tutta la nostra roba… I pagliericci sono stati buttati fuori nel cortile all’umidità della notte. Si cerca di poter ritrovare qualcosa, almeno gli oggetti più necessari. Ma il caporale che comanda ci spinge col fucile-baionetta inastata-fuori dallo stanzone verso i lavandini… Qualcuno ha le lacrime gli occhi, tutti hanno il cuore gonfio che sta per straripare… I posti letto sono bagnati; a terra sul pavimento ci sono 20 cm d’acqua.
L’aria è irrespirabile… Sono le tre e trenta dopo mezzanotte, Il soldato di guardia ha spento le luci: bisogna dormire. Tra due ore ci sveglieranno per andare al lavoro».

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