Recensione

“Acciaio”: la città difficile e l’estate dei 14 anni

L'esordio letterario della biellese Silvia Avallone porta il lettore nella rovente estate della città industriale.

“Acciaio”: la città difficile e l’estate dei 14 anni
27 Luglio 2020 ore 16:38

L’esordio letterario della biellese Silvia Avallone porta il lettore nella rovente estate della città industriale.

“Acciaio” di Silvia Avallone

Un gran caldo. Le atmosfere torride di una città industriale dove si fonde l’acciaio, dei casermoni popolari senza impianti di condizionamento e di un’estate che sembra destinata a durare per sempre, come può accadere solo a quattordici anni. Silvia Avallone è originaria della vicina Biella, ma il suo primo romanzo conduce il lettore sull’asfalto rovente di un quartiere operaio di Piombino. Tra le protagoniste intercorre una dualità che è specchio e opposizione al tempo stesso. Francesca e Anna hanno la stessa età: 14 anni. Entrambe sono avvenenti e usano la loro bellezza che sboccia come un’arma per farsi strada in una vita complessa. A unirle anche il loro quartiere, l’immaginaria via Stalingrado con i palazzoni spogli da cui però si vede il mare.

La diversità

Eppure fra di loro intercorrono anche tante differenze. Anna è figlia di una donna impegnata nel sociale, che legge orgogliosamente i quotidiani per tenersi informata. La ragazza finirà per ereditarne la vena idealista e si iscriverà al ginnasio sognando un futuro di responsabilità, con cui poter cambiare la situazione di persone come la sua amica Francesca. Lei, dal canto suo, è invece ormai arresa: schiacciata da un padre padrone al fianco di una donna che ormai si trova a subire passivamente l’esistenza, non coltiva particolari ambizioni o fantasie. L’estate del 2001 non soltanto è destinata a cambiare il mondo con l’11 settembre, ma anche a divenire lo spartiacque della loro amicizia.

Lo stile

Tutto è in divenire: nell’animo delle due protagoniste, che vivono un’età di transizione, ma anche intorno a loro. Tutti cercano il cambiamento, ognuno a modo proprio, in una direzione o nell’altra. E a volte per compiere il salto bisogna tornare sui propri passi. Silvia Avallone nasce come poetessa e l’impronta si scorge senza che diventi invadente: le descrizioni sensoriali si amalgamano piacevolmente con un discorso diretto spesso duro, scarno e talvolta urlato. Nel quartiere di Piombino creato dalla sua penna ci si entra completamente. Si guarda alle due ragazze spesso con la condiscendenza che gli adulti riservano generalmente agli adolescenti, ma anche talvolta con una certa nostalgia per quegli slanci senza riserve che li contraddistinguono. Come i personaggi letterari davvero riusciti, Anna e Francesca sanno suscitare emozioni forti: dalla pietà fino all’antipatia più pura. Un romanzo con le atmosfere delle estati giovanili, ma non certo da spiaggia.

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