Testimonianza

“Voglio giustizia per mio fratello”

Il caso di Vito Petrillo, morto nel settembre 2019 un mese dopo il ricovero in Psichiatria

“Voglio giustizia per mio fratello”
Vercelli e dintorni, 16 Ottobre 2020 ore 10:20

Nella foto Vito Petrillo, mancato il 15 settembre 2019 e la sorella Cosimina.

«Mio fratello Vito stava bene fisicamente quando l’ho portato al pronto soccorso nella mattinata del 10 agosto 2019. E’ rimasto sempre in ospedale fino al 15 settembre 2019, quando è morto. Non si può negare che il tracollo fisico sia avvenuto durante il suo ricovero ospedaliero».

Cosimina Petrillo inizia così il suo doloroso racconto della morte del fratello, per la quale aveva sporto denuncia contro ignoti, insieme al fratello Alberigo, lo stesso giorno del decesso presso la Questura.

La Procura della Repubblica di Vercelli aveva affidato a un medico legale e a una tossicologa la perizia sull’anamnesi e le risultanze dell’autopsia e degli esami tossicologici.
Il responso della loro perizia è stato negativo, non hanno rilevato nessuna evidenza che la morte potesse ricondursi a sovradosaggi di farmaci o a errori umani nel trattamento. Per cui la Procura, lo scorso 23 giugno, ha archiviato la pratica.

La causa della morte, avvenuta alle 3,50 del 15 settembre 2019, secondo l’esame autotpico, è stata: «Insufficienza cardio-respiratoria terminale in soggetto con grave e cronico deterioramento psichico».

La crisi iniziale

«Vito aveva 67 anni – racconta la sorella – e soffriva di demenza senile, diagnosticata nel 2012, era come un bambino. Ma è sempre stato tranquillo e ultimamente godeva buona salute, pesava 90 kg. quando è morto era spaventosamente magro.
In quei giorni faceva tanto caldo e così gli avevo tagliato a zero i capelli, non voleva più uscire per andare dal barbiere, così avevo comprato un rasoio per tagliarglieli io, Vito non aveva gradito ed aveva dato in escandescenze. Temendo che potesse alterarsi ancor di più e fare del male a se stesso o a me o chiamato il 118. Con l’ambulanza sono arrivate anche due pattuglie della polizia ma Vito era già tranquillo».

Ricoverato in Psichiatria

«Comunque era la mattina del 10 agosto e siamo andati al Pronto Soccorso. Alla fine avrei voluto riportarlo a casa. Dopo un colloquio psichiatrico, però, mi hanno consigliato il ricovero nel reparto di Psichiatria per una terapia che l’avrebbe “rigenerato”, mi fu detto. Ritenni che fosse una buona cosa ed accettai. Gli vennero somministrate subito delle gocce che lo fecero addormentare, poi il ricovero in Psichiatria. Non ci hanno permesso di entrare in reparto finché non è stato a letto, nel pomeriggio era sceso dal giaciglio, mangiando qualcosa. Verso le 19 sono tornata ed entrando mi hanno avvisata che era caduto dal letto, lo trovai sedato e addormentato e il vassoio della cena intonso».

Legato al letto

Questo il primo giorno, il giorno successivo, domenica 11 agosto 2019: «Alle ore 13 ho trovato mio fratello contenuto al letto, con mani e piedi legati e la bocca aperta, con il vassoio del pranzo non consumato. Era successo che nella notte Vito si era svegliato all’improvviso dalla sedazione, disorientato, ha avuto una crisi: gridando il mio nome e che voleva tornare a casa. Era spaventato a morte. Io dissi che avrebbero dovuto chiamarmi per una cosa così grave e che avevo cercato di mettermi in contatto alla mattina tramite il cellulare di Vito, ma nessuno mi aveva risposto, avevano detto di aver sentito suonare l’apparecchio ma che loro non possono rispondere alle chiamate, al che replicai che potevano almeno chiamarmi loro. La cosa per me è grave perché avevo lasciato apposta il telefono dicendo che se ci fossero stati problemi se Vito sentiva la mia voce si sarebbe calmato».
Cosimina sottolinea che è sempre andata a trovare il fratello, due volte al giorno.
«Il 14 agosto l’ho trovato che urlava e si portava la mano alla vescica, ma mi hanno detto che era solo agitazione.
Dal 15 al 18 agosto è stato allettato con feboclisi per idratarlo ed alimentarlo. Dai medici non abbiamo avuto molte spiegazioni. La sera del 18, alle 22,30, mi hanno telefonato per dirmi che non riuscivano a svegliarlo e che era stato portato in rianimazione, dove gli hanno fatto una Tac negativa e una terapia a ossigeno. Il giorno dopo stava meglio e mi avvisarono di un trasferimento in Medicina per un focolaio di broncopolmonite e infezione urinaria. Lo trovai però ancora in Psichiatria, con flebo e catetere, mi dissero che era in carico a Medicina, anche se lo tenevano nel repartino».

L’occlusione intestinale

Una svolta nel decorso clinico si è verificata il 24 agosto. «Mi avvisarono che stava vomitando sangue per via di una parziale occlusione dello stomaco, venne portato in Chirurgia dove gli fu rimossa in anestesia totale l’occlusione. Dopo l’intervento ci fu il ricovero in Medicina dove è rimasto fino alla morte».
Le difficoltà di alimentazione e idratazione indussero i sanitari a utilizzare un apposito sondino, che però, da quanto risulterà poi dal diario terapeutico, Vito si tolse più volte. «In realtà – spiega la sorella – lui era spesso legato e come faceva a togliersi il sondino? Io rimanevo in ospedale spesso anche fino alle 23 e non l’ho visto accadere».

Flebo problematiche

«Per un certo periodo – continua la sorella – è rimasto senza sondino e quindi senza idratazione e senza alimenti».
Nelle note sanitarie è registrato il fatto che non si riusciva più a trovare un accesso adeguato, che poi venne trovato e reinserita la sonda, idem era problematico inserire l’ago della flebo, per un sistema venoso “povero”.
«Preciso – la dichiarazione è riportata nella denuncia – che mio fratello negli ultimi tre giorni era completamente assente, ed io avevo sempre avvisato i medici di tale condizione, i quali mi dicevano che era stabile e di non preoccuparsi. Sia io che mio fratello Alberigo abbiamo fatto domande precise ma non abbiamo avuto spiegazioni esaurienti».

Progressiva debilitazione

Di fatto Vito è morto di progressiva debilitazione, restando per giorni sedato, riferisce Cosimina. Poi la sedazione venne sospesa, ma continuò a manifestare «Restrizione dello stato di coscienza».
«Man mano che passavano i giorni – racconta ancora la sorella – io manifestavo ai medici preoccupazione per lo stato di progressivo deperimento, ma mi dicevano che era stabile e di non preoccuparmi. Purtroppo avevo visto giusto e un medico lo ha anche ammesso con me».

Le conclusione della perizia

I periti della Procura hanno passato al vaglio diario del ricovero e anamnesi, gli esiti dell’autopsia e delle analisi tossicologiche. Le loro conclusioni sono che le misure di sedazione e contenzione si erano rese indispensabili e che erano state gestite secondo le procedure corrette. Con tali pareri la Procura della Repubblica non ha potuto far altro che archiviare.

«Voglio giustizia per Vito»

«Rispetto la decisione della Procura – dice Cosimina – ma non ce la facevo più a tenermi dentro questo dolore, voglio che si venga a conoscenza del calvario di mio fratello. Vito era una persona innocua, indifesa, il cervello di un bambino nel corpo di un uomo. Chi lo conosceva lo sa. Non meritava di morire in quel modo. Secondo me alcuni dei passaggi registrati dal personale medico dell’ospedale non corrispondono a quanto ho visto di persona in quei drammatici giorni e in certi punti vengono riferiti comportamenti che non ho avuto. Voglio giustizia per mio fratello e vorrei che il fascicolo venisse riaperto».

Il dolore dei famigliari continua a essere cocente anche a un anno dalla perdita.
Le “carte” della perizia medica escludono ogni genere di responsabilità del personale nella tragica fine di Vito, si rimane però turbati profondamente dal decorso della vicenda.

Viene in mente il detto «L’operazione è riuscita perfettamente ma il paziente è morto», non vuole essere umorismo fuori luogo, ma una riflessione sull’approccio alla malattia mentale. Una struttura pubblica probabilmente non può far altro che applicare i protocolli, in presenza di estrema agitazione del paziente.

Forse però ci vorrebbe più sforzo per entrare in relazione con le persone da curare. Non sappiamo se per Vito si sarebbe potuto fare, ma dalle carte sembrerebbe che non siano state tentate strategie psicoterapeutiche, ma solo sedazioni e contenzioni.

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