La storia

Giuseppe Tortora: “Ho lottato 10 giorni con la morte”

Da Trino il racconto di una guarigione funestata dal lutto.

Giuseppe Tortora: “Ho lottato 10 giorni con la morte”
Vercellese, 15 Aprile 2020 ore 17:08

Nella foto grande Peppino Tortora prima della malattia e durante il ricovero, nel corso di una delle videochiamata con il sindaco Daniele Pane. Sotto il fratello Enzo, che purtroppo è morto

«Durante questa malattia mi sono accorto di essere tanto amato a Trino. Ho ricevuto molti attestati di stima e affetto». Giuseppe Tortora (per tutti, Peppino), 61 anni, il titolare della Pizzeria Capricorno è tornato a casa dopo il ricovero in ospedale dopo aver contratto il Covid-19. Suo fratello Vincenzo, Enzo, come tutti lo conoscevano, invece non ce l’ha fatta: è morto, a causa del medesimo virus, all’ospedale di Vigevano (dove era stato ricoverato vivendo lui a Candia Lomellina).

E’ una storia toccante quella dei due fratelli, legatissimi tra loro ed entrambi molto conosciuti nel mondo della ristorazione e delle pizzerie.

Il racconto

«Ho cominciato a sentirmi male il 2 marzo – spiega Peppino Tortora -, mi sono messo a letto con un po’ di tosse e con qualche linea di febbre, altalenante tra 37.5 e 39 gradi. La cura con antibiotici non aveva effetto. Sono rimasto a letto per 12 giorni, continuando in questa situazione. In quel periodo ho contattato il medico di base, ho chiesto consigli ad altri dottori».
La situazione, però, non migliora e Tortora inizia a temere di aver contratto il Coronavirus. «Ho chiamato spesso il numero verde – racconta – ma prendevano tempo, mi hanno detto che non potevano venire a casa. Il dubbio di aver contratto la malattia mi era venuto. Così la mattina del 16 marzo, mia moglie, stizzita da tutto ciò, ha chiamato il numero verde con più veemenza, comunicando che avevo una tosse che mi toglieva respiro e la febbre che non mi andava giù. A qual punto sono arrivate le ambulanze e mi hanno portato all’ospedale di Casale».

Intubato a Casale Monferrato

Al pronto soccorso Tortora viene sottoposto al triage di routine: «mi hanno fatto tutto ciò che c’era da fare: caso sospetto e ricovero in reparto, in Traumatologia, adibito a Covid-19. Sono stato un giorno con la mascherina di ossigeno e poi 10 giorni con il casco di intubazione, il casco Cpap.

Io non volevo metterlo, poi i dottori sono venuti al mio capezzale e mi hanno dato due opzioni: “La prima è mettere il casco, la seconda è finire al cimitero”.

Un dottore mi ha detto: “Il casco signor Tortora le parerà il culo! Decida lei”. L’ho tenuto addosso per 10 giorni e mi ha salvato la vita».

Dieci giorni terribili

Durante quei giorni la vita è stata davvero difficile. «Non potevo mangiare – racconta – avevo due piccole aperture dalle quali facevano passare un po’ d’acqua da bere, a volte un po’ di succo di frutta. Non sentivo più gli odori e i sapori. Avevo sempre in mente la mia famiglia. Il pensiero fisso era di dover tornare a casa per riabbracciare tutti».

“Avevo i polmoni velati”

Una volta chiaro che la battaglia che stava combattendo era quella per la vita, Tortora dà tutto se stesso. «In ospedale, a Casale, mi hanno detto che sono stato un paziente modello, molto buono, tranquillo e non ho mai dato fastidio, mi sono sempre rivolto a loro con educazione e gentilezza, quella che mi contraddistingue me e i miei fratelli. Ma sono io a voler ringraziare tutti quelli che mi hanno assistito – dice -. Ero cosciente di avere il coronavirus, ero nel reparto covid-19, avevo i polmoni velati seppure non fumassi da più di sei anni».

Il sostegno della famiglia

Intanto, da lontano, la famiglia lo sostiene con amore e apprensione «Hanno dovuto fare una fatica enorme perché sapevano della situazione di mio fratello Enzo, anche lui malato di Coronavirus e purtroppo deceduto domenica scorsa – racconta -. La mia famiglia si metteva in contatto con me attraverso le videochiamate e dovevano nascondermi la verità: sapevano che era molto malato e non volevano darmi dispiaceri. Sebbene stessi male, chiedevo di mio fratello, ero molto legato a lui».
Tra i due il legame era molto stretto. «Lui – racconta Fontana – mi vedeva come un punto di riferimento e io gli volevo un mondo di bene, era un ragazzo d’oro».

Vincenzo non ce l’ha fatta

Vincenzo Tortora, per tutti Enzo, non ce l’ha fatta. È spirato all’ospedale di Vigevano, dove era ricoverato. Enzo Tortora aveva una pizzeria a Candia Lomellina, ma per lungo tempo aveva gestito un analogo locale a Cigliano. «Ne hanno parlato a Salerno e a Pagani – racconta – Lui ci tornava spesso. Sono legato a tutti i miei fratelli, in particolare a mia sorella Lucia e a Enzo. Solo lui sa quanto mi mancherà, non immaginavo che mi facesse uno scherzo del genere. Il fatto di non poterlo salutare, abbracciare, di non potergli dire addio, fa stare male tutti noi fratelli. Non so quante lacrime ho versato e quante ne verserò ancora. La prima cosa che farò quando potrò uscire da casa sarà andare da lui a salutarlo da vicino. Il mio pensiero sarà sempre con lui».

Notti difficili

Un dolore troppo recente e difficile da affrontare quello che travaglia il trinese. «Il mio problema più grande – racconta – è quando si fa notte, si spegne la TV, tutto tace e i pensieri prendono il sopravvento su di me. Mi addormento verso le 2 e mi sveglio alle 5. e mi metto a telefonare mio fratello Rosario, molto addolorato anche lui, che a quell’ora è già sveglio. Anche un altro fratello è stato toccato dal Covid-19, ma in forma lieve».

“Mi sono affidato al crocefisso”

Tanti brutti pensieri che, mentre era in ospedale, sono stati difficili da affrontare. «Sono un credente cattolico e poco praticante – racconta Tortora – Di fronte al mio letto c’era un crocifisso e mi sono affidato alle preghiere. Mattina, pomeriggio e sera, mi facevo il segno della croce e mi sono affidato a Lui. Mi sono affidato all’anima dei miei defunti, affinché aiutassero tutti e tre, io e i miei due fratelli, a uscire dall’incubo. Continuavo a dire che eravamo in tre, io a Casale e due a Vigevano. Non vedevo l’ora di uscire dall’ospedale e trovarmi con loro, a rotolarci per terra come bambini… Invece domenica mattina ho ricevuto la notizia della scomparsa di Enzo».

Il ritorno a casa

Un momento molto duro, cui però, lunedì 6 aprile, fa seguito una buona notizia: il medico comunica a Tortora che c’è la possibilità di tornare a casa: «Ho fatto il tampone e martedì sono stato dimesso».

Mai tanti momenti difficili non si dimenticano «Per la mia famiglia – racconta – il momento più brutto è stato sicuramente quando mi hanno ricoverato. Quella sera, era rimbalzata la notizia che ero morto. Si sono molto preoccupati. Mi hanno dato per morto…. Invece sono qua. Come dice Vasco Rossi sono ancora qua…. Credo di aver superato la malattia, anche se sono ancora a casa e ho ancora tosse.

“Grazie a tutti”

Grazie a tutti, trinesi e non, che con il loro conforto mi hanno aiutato a superare il brutto momento. In particolare voglio ringraziare il sindaco Daniele Pane, che si è sempre aggiornato sul mio stato di salute. Ora sono felice perché sono a casa. Mi hanno preparato una stanza che è una suite. Sono a posto».

Riccardo Coletto

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